Esistono modi diversi di affrontare la creazione artistica: uno che si limita a sottostare alle logiche del mercato dell’arte, alle sue oscure regole, a una sorta di neoliberismo culturale che prescinde dal valore in sé dell’opera e del progetto creativo. L’altro è quello di essere il detonatore di un accadere, essere, nel caso di Lucio Amelio, la spinta propulsiva della ricerca artistica strettamente legata al tessuto sociale. Lucio era il più artista fra i galleristi, era lo sperimentatore, il visionario dei progetti avanzati che lo ha portato, addirittura, a far esibire nella stessa mostra i due creatori più antitetici nel campo dell’arte visuale: Andy Warhol e Joseph Beuys. Ma il percorso di Lucio non è solo quello, visione e ricerca; esso racconta una storia, una storia di passione in cui l’amore per l’arte si sovrappone all’elogio della follia individuale. I manifesti delle sue mostre raccontano questo percorso come fosse una lunga corsa senza prendere fiato e, altresì, rendono visibile la genialità del gallerista napoletano, la sua attenzione al marketing legato, più che alla narrazione dell’evento, all’immagine stessa del progetto. Lucio aveva capito, anticipando i tempi, che gli artefatti, in questo caso i suoi manifesti e riviste, stavano per sostituire il codice linguistico di una forma dell’umano ormai in via di sparizione. Questa sua attenzione maniacale implica quella che Jean Baudrillard chiamerà, molto tempo dopo, la creazione del simulacro che sottintende l’annullamento, o perlomeno la riduzione, dello scarto che esiste fra l’osservatore dell’arte e il progetto dell’arte stesso, ovvero la mostra e le opere in essa contenute. Probabilmente egli aveva ben chiaro il concetto di Marshall McLuhan in cui il medium è il messaggio, in cui il manifesto era, simbolicamente, la sintesi della mostra stessa. Molto tempo dopo, sempre Baudrillard scriverà: «L’immaginario era l’alibi del reale, in un mondo dominato dal principio di realtà». Oggi è il reale a essere diventato l’alibi del modello, in un universo retto dal principio di simulazione. Ma questo è l’estremo limite dei mondi elettronici in un processo cominciato già negli anni ‘60, proprio nel momento in cui l’estetica passava da una sua funzione naturalista a una forma medialistica. Pur conservando lo spirito del gallerista artista e il rigore etico che necessariamente ne deriva, Lucio Amelio aveva, comunque, già intuito che lo scambio di informazioni fra i collezionisti e i galleristi che determinavano il prezzo dell’opera sarebbe stato presto sostituito da un meccanismo caotico basato su dei fondamenti irrazionali, ovvero il concetto di opera come feticcio e non più relazionato alla funzione estetica e alla ricerca.
(dal testo di Massimo Sgroi – Scrittore e critico d’arte – Direttore Artistico MAC di Caserta)
FORMATO 20 x 24 CM | BROSSURA CUCITA
ISBN 9788899928971 | PAG. 96 | EURO 20,00
DATA DI PUBBLICAZIONE: maggio 2023
TARGET: arte contemporanea, grafica
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Esistono modi diversi di affrontare la creazione artistica: uno che si limita a sottostare alle logiche del mercato dell’arte, alle sue oscure regole, a una sorta di neoliberismo culturale che prescinde dal valore in sé dell’opera e del progetto creativo. L’altro è quello di essere il detonatore di un accadere, essere, nel caso di Lucio Amelio, la spinta propulsiva della ricerca artistica strettamente legata al tessuto sociale. Lucio era il più artista fra i galleristi, era lo sperimentatore, il visionario dei progetti avanzati che lo ha portato, addirittura, a far esibire nella stessa mostra i due creatori più antitetici nel campo dell’arte visuale: Andy Warhol e Joseph Beuys.
Ma il percorso di Lucio non è solo quello, visione e ricerca; esso racconta una storia, una storia di passione in cui l’amore per l’arte si sovrappone all’elogio della follia individuale. I manifesti delle sue mostre raccontano questo percorso come fosse una lunga corsa senza prendere fiato e, altresì, rendono visibile la genialità del gallerista napoletano, la sua attenzione al marketing legato, più che alla narrazione dell’evento, all’immagine stessa del progetto.
Lucio aveva capito, anticipando i tempi, che gli artefatti, in questo caso i suoi manifesti e riviste, stavano per sostituire il codice linguistico di una forma dell’umano ormai in via di sparizione.
Questa sua attenzione maniacale implica quella che Jean Baudrillard chiamerà, molto tempo dopo, la creazione del simulacro che sottintende l’annullamento, o perlomeno la riduzione, dello scarto che esiste fra l’osservatore dell’arte e il progetto dell’arte stesso, ovvero la mostra e le opere in essa contenute. Probabilmente egli aveva ben chiaro il concetto di Marshall McLuhan in cui il medium è il messaggio, in cui il manifesto era, simbolicamente, la sintesi della mostra stessa. Molto tempo dopo, sempre Baudrillard scriverà: «L’immaginario era l’alibi del reale, in un mondo dominato dal principio di realtà».
Oggi è il reale a essere diventato l’alibi del modello, in un universo retto dal principio di simulazione. Ma questo è l’estremo limite dei mondi elettronici in un processo cominciato già negli anni ‘60, proprio nel momento in cui l’estetica passava da una sua funzione naturalista a una forma medialistica. Pur conservando lo spirito del gallerista artista e il rigore etico che necessariamente ne deriva, Lucio Amelio aveva, comunque, già intuito che lo scambio di informazioni fra i collezionisti e i galleristi che determinavano il prezzo dell’opera sarebbe stato presto sostituito da un meccanismo caotico basato su dei fondamenti irrazionali, ovvero il concetto di opera come feticcio e non più relazionato alla funzione estetica e alla ricerca.
(dal testo di Massimo Sgroi – Scrittore e critico d’arte – Direttore Artistico MAC di Caserta)
FORMATO 20 x 24 CM | BROSSURA CUCITA
ISBN 9788899928971 | PAG. 96 | EURO 20,00
DATA DI PUBBLICAZIONE: maggio 2023
TARGET: arte contemporanea, grafica